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Art

Canova: “Amore” ritorna in Italia
Celebrato il 250.mo anniversario della nascita dello scultore.


di Anna Bujattio

Si celebra quest’anno il 250° anniversario della nascita di Antonio Canova, nato a Possagno, nel Veneto, alle falde del Monte Grappa, il novembre del 1757.
La figura e l’opera del Canova, sono famosissime e, forse proprio un pò per questo, vengono ancora viste dal pubblico in un’ottica, per dir così, scolastica e convenzionale.
Si parla di freddezza, di imitazione degli antichi, di academia, mentre invece l’ispirazione classica, l’armonia, il perfetto senso delle proporzioni, nascono in ogni sua opera da “lungo studio e grande amore” per usare una espressione dantesca, e, come seppe scrivere luminosamente Stendhal, Canova “ebbe il coraggio di non copiare i greci” ma “di inventare una bellezza, come i greci avevano fatto”.

L’anniversario può dunque costituire l’occasione per una rivisitazione, fuori dagli schemi scolastici, anche delle opere più famose dell’artista, e insieme per la riscoperta di oCanova's Amorepere meno note o addirittura dimenticate. La Polonia, ad esempio, ha inviato a Possagno la squisita statua del principino polacco Henryk Lubomirski raffigurato come “Amore” che non aveva mai lasciato la terra polacca da quando vi era giunta nel 1790.

In questa occasione si sono svolte varie interessanti manifestazioni nel paese natale amatissimo dall’artista, molte delle quali ambientate nella gipsoteca, adiacente alla sua casa natale. La gipsoteca raccoglie tutti i gessi delle statue del Canova che egli, sempre attentissimo alle varie fasi di preparazione e di documentazione del suo lavoro faceva eseguire, curandoli personalmente con estrema cura, al compimento di ognuna delle sue opere.

Conserva dunque anche il gesso di una statua che ai lettori di Voce Italiana dovrebbe essere particolarmente cara, la statua di George Washington che Canova scolpì nel 1818 per il Campidoglio di Washington, ivi inaugurata nel 1821 alla Rotonda di Raleigh e distrutta in seguito a un incendio che devastò il Campidoglio nel 1831.

La statua di George Washington fu scolpita da Canova nel 1818 per invito di Thomas Jefferson, proprio lui, l’autore della Dichiarazione di Indipendenza del 1776, ormai ritiratosi dalla vita pubblica. L’incarico fu comunicato a Canova dal Console americano a Livorno, Thomas Appleton. Si trattava di una iniziativa presa dal Senato e dalla Camera dei Comuni del North Carolina nel 1815, e Thomas Jefferson aveva fatto personalmente il nome di Canova come dell’artista che meglio di altri avrebbe saputo interpretare il carattere, più ancora delle fattezze fisiche, del grande condottiero e statista americano.

Antonio Canova era allora al culmine della sua fama e tuttavia si impegnava come sempre nella preparazione di ogni opera con estrema accuratezza. Durante l’elaborazione del lavoro, egli volle leggere La guerra d’indipendenza americana di Carlo Botta (pubblicata nel 1809) e poté dichiarare in piena coscienza, umana prima ancora che artistica, scrivendo una lettera a commento del suo lavoro: “l’ho fatto volentieri, perché [Washington] è un galantuomo.” Con meditata scelta, Canova decise di raffigurare Washington non al colmo della sua gloria militare, ma subito dopo, cioè alla fine della guerra di indipendenza, nel 1783, mentre firma la lettera di dimissioni.

Washington sarà nominato nel marzo 1789 primo Presidente degli Stati Uniti, ma Canova preferisce raffigurarlo nel momento in cui egli depone le armi e si ritira dalla scena, pago della missione compiuta. Canova's WashingtonEd é in questa scelta un riflesso del carattere dello stesso Canova, schivo ed alieno da successi mondani, tutto assorbito nel suo lavoro, nella certezza della sua arte.

La figura morale, più che militare e guerresca, di Washington aveva infatti attratto lo scultore che, dal canto suo, aveva dato più volte prova di indipendenza nei confronti degli aspetti pubblici, esteriori, della fama e del potere. Ricevendo un invito di Caterina di Russia alla sua corte, Canova esprimeva così, in una lettera privata, il senso del suo rifiuto: “io non voglio vivere con più lusso né lavorar meno, bensì libero e lontano dalle infinite brighe che porta l’essere ad una corte.”

La statua raffigura Washington nei panni di un condottiero dell’antica Roma, seduto,con la spada ai suoi piedi, mentre incide su una tavoletta, con espressione pensosa, il testo della sua lettera di dimissioni. Spira dalla sua figura un’aura di austerità e di consapevolezza che non ha niente di esteriore, ma è tutta concentrata nell’espressione assorta del volto e nel misurato e sereno disporsi del corpo del guerriero in riposo.

E la statua, che purtroppo non possiamo più vedere nel marmo originario, ci sembra confermare l’intuizione che ebbe, nel suo Panegirico ad Antonio Canova (1810) lo scrittore Pietro Giordani: “lo diresti da una Provvidenza pietosa collocato sul doppio confine della memoria e della immaginazione umana, a congiungere due spazi infiniti, richiamando a noi i passati secoli, e facendo dei nostri tempi ritratto ai tempi avvenire”.

La statua di Washington appartiene all’ultimo periodo della creatività canoviana. Nello stesso anno in cui Canova scolpì la statua di Washington, egli veniva progettando il Tempio, la Chiesa parrocchiale (dove giacciono le sue spoglie), Tempio che egli volle donare ai suoi compaesani di Possagno dove dal 1820 si ritirò.

Antonio Canova morì nel 1822 e la testimonianza più toccante del tenace attaccamento al suo lavoro, spinto fino all’eroismo, possiamo leggerla nel referto medico steso alla sua morte in cui si parla dell’uso “immoderato del trapano appoggiato d’incontro alla parete destra del torace ( che) gli abbassò le costole di quel lato che depresse rimasero per tutta la sua vita.”
Ammirando la bellezza e la grazia che spirano dalle più celebrate opere dell’artista non dovremmo mai dimenticare quanto di studio intenso e appassionato, quanto di impegno e di vera e propria fatica fisica esse hanno alle spalle. •