Novanta disegni autografi arriveranno da Londra, Oxford, Chatsworth, Budapest, Brescia, Bologna, Venezia e Vicenza; 85 saranno i disegni di architettura di grandi maestri fra cui Michelangelo, Raffaello, Andrea Sansovino, Francesco Borromini, Inigo Jones, Charles Cameron, Giacomo Quarenghi, Le Corbusier; 45 tele porteranno le firme di El Greco, Raffaello, Tiziano, Tintoretto, Van Dyck e Canaletto; 40 saranno i modelli architettonici di cui almeno la metà costruiti appositamente per la mostra; 140 infine saranno i reperti, tra sculture e frammenti architettonici, medaglie, monete, libri e manoscritti.
Saranno numeri altisonanti quelli che daranno vita alla mostra che l’Italia dedicherà al suo genio, Andrea Palladio, in occasione dei 500 anni della sua nascita. Numeri che celebreranno degnamente un uomo la cui arte è andata ben oltre la propria produzione divenendo nel tempo un vero e proprio stile.
Prodotta dal Centro InternazionaIe di Studi di Architettura Andrea Palladio, dalla Royal Academy of Arts e dal Royal Institute of British Architects di Londra, la mostra palladiana verrà curata da Guido Beltramini e Howard Burns. I lavori in corso procedono alacremente e il puzzle si arricchisce ogni giorno di nuove idee. Sicuramente troverà tutte le luci della ribalta a settembre quando aprirà i battenti a Palazzo Barbaran da Porto, a Vicenza, per concludersi poi nel gennaio del 2009. Ma solo il tempo di smontare l’allestimento e di spostarlo a Londra, presso la Royal Academy of Arts, e per poi trasferirsi, nel corso dell’anno, negli Stati Uniti, patria adottiva dello stile palladiano.
Quella che prenderà il via in settembre sarà una mostra che illustrerà la vita di un architetto che rappresenta ben più di un semplice artista. Nella mostra, infatti, verranno proposte le fasi storiche della nascita artistica del Palladio, della intuizione di un nuovo stile architettonico, e il confronto con gli stili contemporanei.
Una mostra che in realtà parlerà sopratutto del primo “Made in Italy” esportato da un architetto che mosse i primi passi della sua vita a Padova. Andrea di Pietro della Gondola nacque infatti nella città che allora faceva parte della Repubblica di Venezia, il 30 novembre 1508, e condusse una lunga vita, per quelli che erano i canoni del tempo. Nacque con origini umili, Andrea: figlio del mugnaio Pietro e della casalinga Marta. A tredici anni fu avviato al lavoro di scalpellino presso la bottega di Bartolomeo Cavazza da Sossanno, e fu impiegato a condizioni particolarmente dure tanto da far nascere nel ragazzo la voglia di fuggigire.
Dopo un primo tentativo fallito, nel 1524 Andrea abbandonò Padova per approdare a Vicenza, nell’azienda Pademuro. Gli artigiani Girolamo Pittoni e Giacomo Polezza intuirono subito le qualità del ragazzo, e dopo avergli affidato vari disegni, capirono che vi era in lui del talento architettonico. Furono proprio loro a spronare per la prima volta il talento del giovane apprendista affidandogli un primo lavoro (il portale) nella costruzione della Chiesa dei Servi.
A Lonedo di Lugo Vicentino, il giovane Andrea, su loro commissione, progettò e realizzò la parte architettonica della villa di Gerolamo Godi regalando il primo acerbo assaggio di quel che sarà uno stile inconfondibile. Sarà, però, l’incontro con Gian Giorgio Trissino a cambiare definitivamente il futuro del giovane apprendista. L’autore de Il Castellano, letterato e studioso della lingua italiana, architetto per diletto, ristrutturò un palazzetto preesistente e la sua villa destò l’ammirazione del Vasari, per le sue linee pulite ed essenziali, ben lontane dalla ricchezza elaborate del Rinascimento. Andrea, impiegato tra le maestranze proprio nella costruzione dell’alloggio, si dimostrò particolarmente abile tanto da attrarre la curiosità dell’intellettuale, e divenne un vero e proprio amico di famiglia di casa Trissino. Il patavino assorbì’ con passione le lezioni del suo tutore (che tra i suoi amici vantava oltre Raffaello anche Michelangelo), e si lanciò nello studio dell’architettura elleno-romana.
Fu proprio un viaggio a Roma con Barbaro a offrire a Palladio la visione delle opere romane, imprimendo nell’architetto padovano la spinta a maturare uno stile articolarissimo. Egli studiò per due anni I ruderi antichi, e una volta tornato a Vicenza vinse il concorso per il rifacimento del palazzo della Ragione o Basilica. L’opera gli valse la fama, e dal 1550 in poi Palladio fu chiamato a progettare una serie sempre più vasta di palazzi, ville e chiese. Nel 1554 pubblicò Le antichità romane e la Descrizione delle chiese di Roma; il primo libro restò per oltre due secoli un riferimento standard come guida di Roma.
Nominato alla prestigiosa carica di architetto capo della Repubblica Veneta, nel 1570 pubblicò a Venezia I Quattro Libri dell’Architettura, il trattato in cui viene illustrata la maggior parte delle sue opere e nel 1574 pubblicò i Commentari di Caio Giulio Cesare.
L’ultima opera a cui mise mano fu il Teatro Olimpico di Vicenza. Palladio, ormai riconosciuto maestro di uno stile inconfondibile, non ne terminò la realizzazione. Morì, infatti, a Maser il 19 agosto di quell’anno lasciando al figlio Silla l’onere del completamento del teatro. La parte scenica fu invece completata nel’1585 da Vincenzo Scamozzi. •

L’architettura palladiana nel mondo
Per Bruno Zevi, Andrea Palladio «è l’unica grande figura del Cinquecento a dedicarsi esclusivamente all’architettura. Mentre altri maestri coevi sfogano sentimenti e risentimenti in pittura e scultura, mantenendo gli edifici in un ambito più ordinato e composto, Palladio esplicita i suoi affanni solo nella scrittura architettonica, nell’alternarne gli equilibri tradizionali, le proporzioni, i rapporti prospettici. Accentuando gli scorci dal basso e la dialettica chiaroscurale, scardina nessi e significati».
Le opere di Andrea di Pietro della Gondola divennero presto famose in Europa, e nel corso dei secoli diedero vita al primo stile italiano esportato in tutto il mondo: lo stile palladiano.
Centinaia di disegni autografi di Andrea Palladio furono trasferiti in Inghilterra all’inizio del Seicento da Inigo Jones (che li comprò da Vincenzo Scamozzi, rancoroso emulo del padovano) e successivamente dal Duca di Burlington all’inizio del Settecento. Furono proprio Jones e Burlington a dare fiato a un movimento architettonico capace di lasciare segni visibili in molti angoli del mondo.
Nel Regno Unito il neopalladianesimo rimpiazzò il barocco e agli inizi del secolo successivo questo stile diventò di moda, non solo in ambito britannico ma anche nella maggioranza dei Paesi nordeuropei e, infine, nell’America settentrionale.
La prima traccia americana perfettamente identificabile risale al 1749 quando Peter Harrison ricavò il suo progetto per la Biblioteca Redwood a Newport, nel Rhode Island. L’architetto Thomas Jefferson si innamorò dello stile italiano, e basò i suoi progetti per la tenuta Monticello e per l’Università della Virginia sui disegni tratti dai libri di Palladio. Definito un esempio di architettura georgiana coloniale, Monticello trovò ne La Rotunda dell’Università della Virginia (ispirato direttamente al Pantheon di Roma), il proprio gemello. In Virginia e nella Carolina del Nord e del Sud, molti palazzi pubblici vennero firmati in stile palladiano: da Stratford Hall Plantation, a Westover Plantation e Drayton Hall (nei pressi di Charleston).
Anche James Hoban progettò in stile palladiano la Casa Bianca ispirandosi all’irlandese Leinster House: uno degli esempi più riusciti dell’architettura locale. I due edifici americani (realizzati tra il 1607 e il 1776) che più richiamano i disegni de I quattro libri sono la Hammond Harwood House realizzata ad Annapolis nel 1774 (William Buckland) e la prima versione del Monticello di Thomas ]efferson (1770), ispirate rispettivamente a Villa Pisani di Montagnana e a Villa Cornaro di Piombino Dese, Homewood (Baltimore), Redwood Library (Newport), Università della Virginia (Charlottesville), Thomas ]efferson Memorial (Washington) rappresentano a loro volta le pagine più belle della lezione appresa da un uomo dalle grandi intuizioni stilistiche che inventò forse l’architettura come professione. •
|